Lorenzo

Ask me anything   Penso che la vita bisogna viverla senza stare tanto a chiedersi che senso abbia. LL

Le primissime canzoni che scrivevo erano date soprattutto dalla mia voglia di “fare il cantautore” quindi provavo ad essere poetico con la parola ricercata, accompagnando il testo con musiche inutilmente complesse. 
Una domenica pomeriggio, invece, mi venne voglia di raccontare il mio sabato sera. Ne uscì “Sogni di rock and roll”, una canzone in cui mi resi conto che le cose scritte intanto erano vere e non voli pindarici. Anche la musica nell’essere più semplice era in qualche modo più a fuoco col testo. Da lì in poi, tutte le canzoni del primo album come tutte quelle venute dopo sono un po’ figliocce di “Sogni di rock and roll”.

Le primissime canzoni che scrivevo erano date soprattutto dalla mia voglia di “fare il cantautore” quindi provavo ad essere poetico con la parola ricercata, accompagnando il testo con musiche inutilmente complesse.
Una domenica pomeriggio, invece, mi venne voglia di raccontare il mio sabato sera. Ne uscì “Sogni di rock and roll”, una canzone in cui mi resi conto che le cose scritte intanto erano vere e non voli pindarici. Anche la musica nell’essere più semplice era in qualche modo più a fuoco col testo. Da lì in poi, tutte le canzoni del primo album come tutte quelle venute dopo sono un po’ figliocce di “Sogni di rock and roll”.

— 1 settimana fa
"Dove siamo lo sappiamo, perchè siamo qui lo sappiamo. La domanda filosoficamente più difficile è chi siamo? Ma alla domanda filosoficamente più difficile c’è la risposta più facile. Siamo chi siamo".

-Correggio 27 Marzo 2014-

"Dove siamo lo sappiamo, perchè siamo qui lo sappiamo. La domanda filosoficamente più difficile è chi siamo? Ma alla domanda filosoficamente più difficile c’è la risposta più facile. Siamo chi siamo".

-Correggio 27 Marzo 2014-

— 1 settimana fa
“Amo i concerti perché, qualsiasi band tu vada a vedere, trovi sempre gli stessi tipi di persone.
Ci son quelli che il mattino prima son davanti ai cancelli nei sacchi a pelo e quelli che se arrivano a concerto iniziato è già tanto.
Quelli che accompagnano l’amico e conoscono solo le canzoni più famose, quelli che sono fan da poco e se lo tengono per sé perché han paura di sfigurare, quelli che con quei brani ci son cresciuti e non c’è parola che non ti sappiano cantare.
Quelli che si presentano sfoggiando le maglie della band più belle che hanno - e, credetemi, ci han messo un secolo a scegliere quella giusta! -, quelli che la sera prima si son divertiti a farsene una da soli, quelli che si presentano con t-shirt di altri gruppi e un gran sorrisone stampato in faccia, quelli che la maglia se la comprano in fila - a diciotto euro: dieci se hai capacità di persuasione! - e si cambiano pure davanti a tutti perché tanto con quelle gente ci dovrai condividere anche il sudore. Quelli che se li son già visti un milione di volte e han tanti aneddoti da rifilare, quelli che per loro è la prima volta e non vedono l’ora di poterlo raccontare.
Quelli che ormai sono esperti e si buttano nella mischia come se fosse una fottuta piscina, quelli che non hanno mai visto tanta calca e si tengono a debita distanza. Quelli che son troppo timidi e in fila non riescono a socializzare, quelli che son rompicoglioni e in coda si fan sempre riconoscere. Quelli che si ritrovano a parlare con gente mai vista prima e si dimenticano di chiedere i nomi da cercare su facebook, quelli che chiedendoti l’amicizia dopo la prima battuta han già concluso tutto. Quelli che si son portati persino le carte con cui giocare e quelli che in tasca c’han solo il cellulare, ma va bene comunque, che qualcosa da fare lo si trova sempre. Quelli prudenti che si son portati ombrelli, k-way e cappelli, quelli che han madri prudenti che però non ascoltano e si ritrovano pieni zeppi di pioggia o ustionati da far schifo.
Quelli che a mezzogiorno tirano fuori i pennarelli indelebili e quelli a cui il tatuaggio in onore della band basta e avanza. Quelli che sorridono davanti ai fotografi e quelli che si nascondono dietro una mano. Quelli che son troppo bassi e non riescono nemmeno a fotografare la gente dietro, quelli alti due metri che sorridendo ti prendono la macchina fotografica e fanno le foto al posto tuo. Quelli che controllano ogni tre minuti il biglietto e quelli che scrollano le spalle perché già ce l’hanno in mano. Quelli che ti riempono di gomitate quando aprono i cancelli e quelli che si tirano indietro per non farti male. Quelli che alla fine ti menano lo stesso, perché col cazzo che ti lascio il posto! Quelli che il concerto se lo guardano in uno schermo e quelli che se lo godono senza macchine fotografiche ad occupare la visuale. Quelli che si stringono contro la transenna e non la lasciano un secondo, quelli che si ritrovano in mezzo alla bolgia e s’aggrappano alla prima spalla che trovano. Quelli che si sentono male e si allontanano un po’ dal palco, quelli che stringono i denti e resistono fino in fondo. Quelli che chiamano il migliore amico rimasto a casa con la febbre - che poi, se fosse stato per lui, sarebbe venuto lo stesso - per fargli vivere la sua canzone preferita a distanza di mezzo stato, quelli che il migliore amico ce l’hanno vicino e tirano gomitate pure a lui, perché è giusto così. Quelli che piangono per quasi tutto il concerto e quelli che non lasciano trasparire un’emozione, ma dentro esplodono comunque. Quelli che urlano a squarciagola e quelli che preferiscono tacere. Quelli che, alla fine, si mettono le mani fra i capelli e continuano a ripetere “non ci posso credere, non ci posso credere”, quelli che si abbracciano, quelli che si baciano, quelli che si sorridono.
Quelli che si parlano da una parte all’altra dello stadio e quelli che ridendo si fanno i cazzi loro.
Quelli che vanno subito a fare la scorta di bottiglie d’acqua e quelli che si fiondano senza tante cerimonie dallo store ufficiale.
Quelli che si salutano e quelli che si ritrovano.
Quelli che fotografano e quelli che guardano.
Siamo tanti e siamo diversi, ve lo concedo, ma quando il concerto finisce siam tutti uguali, siam quelli che camminano piano, l’uno accanto all’altro, con l’assurda voglia di ricominciare tutto da capo, subito.
Siam quelli che si sorridono in mezzo al casino, anche se non si conoscono, e si dicono “grazie, perché quello che ho provato stanotte lo sai solo tu”

Joe Armstrong

“Amo i concerti perché, qualsiasi band tu vada a vedere, trovi sempre gli stessi tipi di persone.
Ci son quelli che il mattino prima son davanti ai cancelli nei sacchi a pelo e quelli che se arrivano a concerto iniziato è già tanto.
Quelli che accompagnano l’amico e conoscono solo le canzoni più famose, quelli che sono fan da poco e se lo tengono per sé perché han paura di sfigurare, quelli che con quei brani ci son cresciuti e non c’è parola che non ti sappiano cantare.
Quelli che si presentano sfoggiando le maglie della band più belle che hanno - e, credetemi, ci han messo un secolo a scegliere quella giusta! -, quelli che la sera prima si son divertiti a farsene una da soli, quelli che si presentano con t-shirt di altri gruppi e un gran sorrisone stampato in faccia, quelli che la maglia se la comprano in fila - a diciotto euro: dieci se hai capacità di persuasione! - e si cambiano pure davanti a tutti perché tanto con quelle gente ci dovrai condividere anche il sudore. Quelli che se li son già visti un milione di volte e han tanti aneddoti da rifilare, quelli che per loro è la prima volta e non vedono l’ora di poterlo raccontare.
Quelli che ormai sono esperti e si buttano nella mischia come se fosse una fottuta piscina, quelli che non hanno mai visto tanta calca e si tengono a debita distanza. Quelli che son troppo timidi e in fila non riescono a socializzare, quelli che son rompicoglioni e in coda si fan sempre riconoscere. Quelli che si ritrovano a parlare con gente mai vista prima e si dimenticano di chiedere i nomi da cercare su facebook, quelli che chiedendoti l’amicizia dopo la prima battuta han già concluso tutto. Quelli che si son portati persino le carte con cui giocare e quelli che in tasca c’han solo il cellulare, ma va bene comunque, che qualcosa da fare lo si trova sempre. Quelli prudenti che si son portati ombrelli, k-way e cappelli, quelli che han madri prudenti che però non ascoltano e si ritrovano pieni zeppi di pioggia o ustionati da far schifo.
Quelli che a mezzogiorno tirano fuori i pennarelli indelebili e quelli a cui il tatuaggio in onore della band basta e avanza. Quelli che sorridono davanti ai fotografi e quelli che si nascondono dietro una mano. Quelli che son troppo bassi e non riescono nemmeno a fotografare la gente dietro, quelli alti due metri che sorridendo ti prendono la macchina fotografica e fanno le foto al posto tuo. Quelli che controllano ogni tre minuti il biglietto e quelli che scrollano le spalle perché già ce l’hanno in mano. Quelli che ti riempono di gomitate quando aprono i cancelli e quelli che si tirano indietro per non farti male. Quelli che alla fine ti menano lo stesso, perché col cazzo che ti lascio il posto! Quelli che il concerto se lo guardano in uno schermo e quelli che se lo godono senza macchine fotografiche ad occupare la visuale. Quelli che si stringono contro la transenna e non la lasciano un secondo, quelli che si ritrovano in mezzo alla bolgia e s’aggrappano alla prima spalla che trovano. Quelli che si sentono male e si allontanano un po’ dal palco, quelli che stringono i denti e resistono fino in fondo. Quelli che chiamano il migliore amico rimasto a casa con la febbre - che poi, se fosse stato per lui, sarebbe venuto lo stesso - per fargli vivere la sua canzone preferita a distanza di mezzo stato, quelli che il migliore amico ce l’hanno vicino e tirano gomitate pure a lui, perché è giusto così. Quelli che piangono per quasi tutto il concerto e quelli che non lasciano trasparire un’emozione, ma dentro esplodono comunque. Quelli che urlano a squarciagola e quelli che preferiscono tacere. Quelli che, alla fine, si mettono le mani fra i capelli e continuano a ripetere “non ci posso credere, non ci posso credere”, quelli che si abbracciano, quelli che si baciano, quelli che si sorridono.
Quelli che si parlano da una parte all’altra dello stadio e quelli che ridendo si fanno i cazzi loro.
Quelli che vanno subito a fare la scorta di bottiglie d’acqua e quelli che si fiondano senza tante cerimonie dallo store ufficiale.
Quelli che si salutano e quelli che si ritrovano.
Quelli che fotografano e quelli che guardano.
Siamo tanti e siamo diversi, ve lo concedo, ma quando il concerto finisce siam tutti uguali, siam quelli che camminano piano, l’uno accanto all’altro, con l’assurda voglia di ricominciare tutto da capo, subito.
Siam quelli che si sorridono in mezzo al casino, anche se non si conoscono, e si dicono “grazie, perché quello che ho provato stanotte lo sai solo tu”

Joe Armstrong

— 3 settimane fa

23/24 Marzo 2014

— 4 settimane fa
"C’È UN ISTANTE CHE RIMANE LÌ PIANTATO ETERNAMENTE, PER SEMPRE”

"C’È UN ISTANTE CHE RIMANE LÌ PIANTATO ETERNAMENTE, PER SEMPRE”

— 1 mese fa con 1 nota
"Comunque con la scusa del rock’n’roll ho anche il pretesto di potervi dire che vi abbraccio e vi ringrazio ancora una volta".  Liga    -13 Marzo 2014-

"Comunque con la scusa del rock’n’roll ho anche il pretesto di potervi dire che vi abbraccio e vi ringrazio ancora una volta". Liga -13 Marzo 2014-

— 1 mese fa

Ligabue: «Torno a fare il deejay in radio per gustare i brani con calma»

«Soprattutto quelli degli anni che finiscono per 7, in particolare il ‘67 e il ‘77, stagioni in cui circolava grandissima musica. Comunque non mi porrò limiti, anche se in generale girerò intorno al periodo che va dagli anni Sessanta ai Novanta. E di tanto in tanto mi divertirò a suonare anch’io qualcuna di quelle canzoni, giusto un accenno con voce, chitarra e piano». È chiaro che parlando di un contesto sarà giusto ricordare com’era la società in quel momento. Affrontando il ‘67, ad esempio, è ovvio che dovrò ricordare che si compravano soprattutto 45 giri, che si ascoltavano con i mangiadischi o attraverso i jukebox. Che in Italia c’era il boom economico, che si respirava un’aria di ottimismo e allegria, molto lontana da quella che tira oggi nel nostro Paese».

-Corriere della Sera-
Sabato 8 Marzo 2014

— 1 mese fa
Liga super ospite a Sanremo 2014

Liga super ospite a Sanremo 2014

— 1 mese fa

Lucio Dalla è stato una delle persone più libere fra quelle che hanno fatto canzoni nella nostra storia. Era libero di seguire tutti i doni che gli sono stati fatti.

Prima di tutto quello di una musicalità che gli usciva da ogni poro. Bastava che posasse le mani su un pianoforte o soffiasse su un sax o un clarinetto e ne usciva subito MUSICA. Poi la sua voce che, naturalmente, …era così piena di MUSICA che tante volte era costretto a inventare linguaggi e suoni perché la lingua italiana non gli bastava.

E finalmente le parole, quando ha cominciato a scriverle - da “Come è profondo il mare” in poi - sono sempre state piene di malinconia, meraviglia, ironia, gioco, stupore. E tutto è sempre stato all’insegna di un’enorme, instancabile vitalità.

Durante l’anno più difficile della mia vita - quando mi sono ritrovato a fare l’artigliere da montagna a Belluno – le poche volte che mi hanno dato una licenza, non più di cinque/sei, sul mangianastri della mia vecchia Opel girava sempre “Dalla”, l’album con “Balla Balla Ballerino”, “Il parco della luna”, “La sera dei miracoli”, “Meri Luis”, “Cara” e altre meraviglie. In uno stato emotivo come quello era incredibile l’effetto che mi facessero quelle canzoni. Chiaramente, al rientro in caserma, le stesse canzoni avevano il compito di passarmi un po’ di forza ma succedeva sempre che su “Futura”, l’emozione diventasse quasi insostenibile. Amarezza e speranza, malinconia e gioiosità, attaccamento al passato e spinta verso il futuro, in quel pezzo (insieme a chissà quanti altri stati d’animo) c’erano e ci sono tutti.

Era il terzo album di una trilogia di capolavori: “Come è profondo il mare”, “Lucio Dalla”e “Dalla” che, cosa più unica che rara nella nostra storia, erano uno dietro l’altro. Un filotto di gioielli.

Parecchi anni fa, mi arriva una chiamata sul telefono. Io rispondo ed era proprio lui. Non c’eravamo mai sentiti prima. Mi dice “Guarda, scusa se ti disturbo, ma avevo bisogno di dirti una cosa velocissima. Ho sentito la tua nuova canzone per radio e vedrai che con quella vendi settecentomila copie”. Io non feci neanche in tempo a ringraziarlo per la sorpresa che lui aveva già messo giù. Dentro di me pensavo “See, settecentomila copie… ma quando mai…”. La canzone, appena uscita, era “Certe notti”.

Concludo dicendo che fra le tante cose che ammiro in lui c’è la sua anomalia. Lo classificano fra i cantautori ma è un’etichetta che non lo inquadra bene.

Lui era ed è Lucio Dalla.

LUCIANO LIGABUE

— 1 mese fa con 1 nota